varia umanità
La simpatia, la versione domestica e tranquillizzante del
fascino
Appartiene alla famiglia del fascino, di cui costituisce la versione domestica e tranquillizzante. La
simpatia si prova verso specifiche caratteristiche ed è associata a senso di benessere e voglia di
contatto.
Per ispirarla occorre la spontanea manifestazione di specifiche caratteristiche mentre sforzarsi di
ispirare simpatia è una cosa meritevole d’attenzione, ma diversa.
Per trasmettere benessere, il simpatico deve stare bene con se stesso, e accettare l’incontro con gli
altri. Una persona incerta, conflittuale o sofferente difficilmente muove a simpatia, anche se può
sollecitare comprensione e tenerezza. E’ come se l’energia del simpatico scorresse in un percorso
facilitato, lubrificato, e il suo scorrere desse luogo ad una melodia.
Anche senza consultare le ricerche sull’argomento, se domandate ai vostri amici di associare parole al
concetto di simpatia, troverete con tutta probabilità aggettivi come fluido, scorrevole, rotondo, svelto
o allegro.
Proviamo quindi simpatia verso le "rotondità", le cose, e le situazioni senza spigoli o strozzature.
Alcune auto modernissime, pur avendo linee spigolose, appaiono simpatiche, ma, a ben vedere, gli spigoli
sono tutti disposti in modo da non ostacolare il flusso ininterrotto dell’aria. E quest’esempio vale per
molte altre situazioni.
Lo sforzo per apparire simpatici comunica una volontà di contatto, e un’attesa di risposte, che vorrebbero
darci responsabilità, mentre proviamo autentica simpatia verso modi d’essere gratuiti che esprimono uno
stato interiore solare e non chiedono nulla. Alle persone che ci sono simpatiche siamo portati, per contro,
a dare spontaneamente, anche se non sempre azzecchiamo i loro desideri, andando incontro a qualche delusione.
Di un grande interprete della simpatia, che ho frequentato per anni si affermava che, da lui, era piacevole
persino prendere una... fregatura.
la bontà
L’idea della bontà è mistificata e abusata quanto quella della cattiveria.
Nell’incessante ricerca di modi per indurre gli altri a soddisfare i nostri desideri, abbiamo, infatti,
inventato due lusinghe speciali: l’amore e la bontà.
Secondo l’idea corrente sarebbe "buono" colui che compie un’azione il cui fine sia un vantaggio per un
soggetto diverso da sé. In altre parole, uno compierebbe un’azione (buona) per un altro. La mistificazione
sta nel tacere, quale sia il fine per sé. Che questo ci sia è più che credibile, altrimenti sarebbe
un’azione inconsulta. Spesso il fine per sé ha poco a vedere con gli interessi dell'altro, così l'azione,
che può restare buona in se, non rende necessariamente buono il suo autore.
In realtà, un atto proposto con una maschera da buono può rivelarsi un vantaggio per l’altro, ma anche
un’insidia. La metafora del mercato, pure in questo caso, diventa utile per capire questo aspetto della
vita: tutti i venditori si propongono, infatti, come interessati al bene del cliente (…). A compiere buone
azioni, con la maschera del buono, può anche spingerci una nostra esigenza di identificarci con un’immagine
ideale di bontà. E’ uno dei casi migliori, sempre che si sia verificato l’effettivo interesse del
beneficato alle suddette buone azioni. Innumerevoli sono, infatti, le vittime di buone azioni del genitore,
coniuge, insegnante o amico, più o meno consapevoli del loro desiderio di accrescere la propria influenza
sui figli, partner, discepoli e amici. Buone azioni di cui questi ultimi avrebbero fatto volentieri a meno.
Chi può allora essere considerato legittimamente buono. Forse il concetto stesso andrebbe superato, però siccome è uno di quelli cui siamo molto affezionati, possiamo affermare che sono buoni coloro che mediano, con equilibrio, il proprio interesse con quello evidente, o meglio espressamente dichiarato, dell’altro.
l'arte
L’espressione artistica, l’amore e il potere sono temi che meriterebbero maggiore attenzione da parte
degli psicologi. Tutti sappiamo cosa siano, ma alla fin fine nessuno lo sa bene. Gli approfondimenti e le
riflessioni appaiono dunque sempre ben spesi.
Si afferma che l’arte è l’espressione lirica di un sentimento, pertanto rientra largamente nel campo
d’interesse della psicologia. Non per misurare o interpretare l’artista che sarebbe un intento, a dir
poco, fuori luogo, quanto per comprendere finalità e implicazioni di un linguaggio che si esprime al di
fuori dei codici di una razionalità condivisa, per poter meglio raccontare la profondità individuale.
Linguaggio dei sentimenti e quindi linguaggio di parte, espressione di desideri e risonanze soggettive.
L’arte racconta in modo elevato la propria soggettività ad altri soggetti, che la fruiscono secondo il
proprio modo di percepire e di sentire. Creando idee ed emozioni nuove e, ancora una volta, personali.
Come in tutti i linguaggi, anche nell’espressione artistica più soggettiva, qualcosa d’importante si
condivide, e quindi l’arte diviene proposta e comunicazione. Anzi le mete più significative sul piano
artistico, ma anche su quello della comunicazione, si raggiungono quando si crea una sintesi fra la
sensibilità del soggetto e quella universale.
Come rappresentazione di emozioni soggettive e profonde, sostanzialmente libera dai vincoli della logica
formale, potremmo chiederci cosa la separi dalla follia? Il confine non appare netto, fino a pensare che
l’arte possa essere considerata l’espressione più nobile della follia stessa. Privata degli aspetti
distruttivi, resa elevata nelle forme e nei contenuti, ma in fondo con la medesima finalità di gridare
le ragioni della propria individualità in mezzo alla complessità del mondo, l’arte richiede spesso una
competenza e un’abilità tecnica, che è il suo veicolo razionale, più facilmente accessibile a tutti, ma
questo è forse un aspetto di minore interesse per la prospettiva psicologica.
La timidezza
Possiamo considerare la timidezza un sentimento? Non proprio, è più una strategia di comportamento, nella
quale si decide di non agire, in base ad una qualche convinzione che impone la passività.
Il timido si dice: "Non riesco …", come se qualcosa, più forte di lui, lo trattenesse. In realtà, è lui
che si trattiene, poiché le sue convinzioni gli forniscono buone ragioni per farlo. Convinzioni di cui il
timido può essere consapevole, ma anche depositate in luoghi molto profondi della sua psiche, e persino
nel soma.
Una persona che nell’infanzia sia stata picchiata ogni volta che osava parlare senza essere interrogata,
da grande può vivere un insuperabile impedimento fisico a prendere la parola in pubblico. L’impedimento
si è stampato nel suo corpo e agisce anche se la persona non ha più memoria di questi dolorosi fatti
lontani.
Il timido prova emozioni e sentimenti, ma queste, in molte occasioni non riescono a tradursi in azioni
opportune ad esprimerle e a rappresentare i bisogni che le sottendono. Si pietrifica e rimane immobile,
anche se il cuore batte forte e le tempie scoppiano.
Interferisce con la capacità del timido di dare sfogo alle proprie emozioni una convinzione che magari
era stata, un tempo, di un suo genitore, accettata da bambino, e rinforzata successivamente nelle
esperienze adulte, che, con questi punti di partenza, non potevano che essere interpretate a conferma
della convinzione stessa.
Il timido è di solito convinto che gli manchi qualcosa per essere all’altezza della situazione.
La convinzione può non avere un reale fondamento, ma il timido non riesce a contrastarla poiché non sa
dire cosa gli manchi, né come abbia maturato questa convinzione. Perlomeno non sa capirlo senza l’aiuto
di un terapista del comportamento.
La timidezza può accompagnare l’intera vita di una persona, o evolvere positivamente in seguito ad
esperienze che impongano convinzioni diverse da quelle originarie.
I timidi possono altresì raccogliere, dalla propria limitazione, vantaggi secondari che li incastrano
sempre più nella passività. SI trova spesso, infatti, un soccorritore che fa per il timido qualcosa che
lui dichiara di non riuscire proprio a fare.
Che cosa fare con le persone timide? Direi, nell’ordine: non soccorrerle, accettarle così come sono,
suggerire loro una psicoterapia.
Il sadismo
Incontrare un sadico come carceriere in una prigione, o comunque in una condizione di completa soggezione,
deve essere un’esperienza spaventosa. Per fortuna nella nostra vita abituale siamo abbastanza al riparo
da queste situazioni estreme, ma non altrettanto dalle schegge di sadismo che insistono nelle personalità
di alcuni di noi. Mediare, é difficile con tutti, ma con taluni lo è anche… arrendersi. E persino perdere.
Occorre comunque pagare un tributo di sofferenza. Costoro non vogliono qualcosa dall’altro, vogliono che
stia male in relazione a loro. Tutti abbiamo sperimentato queste relazioni insidiose e senza sbocco, in
cui un aspetto gentile della personalità dell’altro ci seduce, o ci rilassa, ma poi finisce sempre male.
Il sadico che non possiede un aspetto seduttivo non trova clienti, perciò normalmente si attrezza per
essere accattivante, e spesso per offrire doni anche sostanziosi, ai quali è difficile dire di no.
Questa offerta eccessiva può essere il primo segnale che siamo in pericolo, ma per esserne certi bisogna
fare due o tre giri di danza, se finiscono sempre con un piede pestato dovremo fermarci a riflettere.
Siamo incappati in una persona che esce dalla normale dialettica in cui ciascuno fa il proprio interesse
e tira l’acqua al proprio mulino.
Il sadico ha fame di intimità, ma una qualche convinzione gli dice che questa a lui non è concessa in
forma lieta. Il dolore e la rabbia che ne conseguono lo spingono a cercare quella particolare forma di
vicinanza emotiva che lega le pene della vittima all’azione del persecutore. Maggiore sarà la sofferenza,
maggiore sarà l’intimità, o questo tragico surrogato.
SI può sfuggire? Dipende da noi, se pensiamo di poter godere dei suoi doni provando a sottrarci al suo
tornaconto finale, penso proprio che dopo anni staremo ancora a fare prove, pieni di cicatrici. Con loro
non è infatti possibile fare i furbi.
la coppia
Un ordine generale delle cose dispone di noi inducendoci a fare la nostra parte per realizzare la vita.
Chi più, chi meno, tutti obbediamo ad una sorta di istinto, dando il nostro contributo attraverso le
modalità caratteristiche della nostra specie. L’accoppiamento e la procreazione fanno sicuramente parte
di questi comportamenti in parte sovradeterminati. Restano però significative autonomie relative alla
nostra soggettività psicologica che entrano nel gioco degli incontri di coppia.
Proviamo allora a vedere quali motivi personali ci spingono a ricercare un rapporto di coppia. Al primo
posto metterei una esigenza di omologazione sociale. Le società che si fondano sulle famiglie conferiscono
grande riconoscimento a chi le costituisce e le sostiene. Sposarsi, e fare figli, garantisce una sicura
legittimazione sociale.
A pari livello, il desiderio di costituire un rifugio, da se stessi e/o dagli altri. Un rifugio che
protegga dal restare soli con noi stessi, con le nostre domande senza risposta, aspirazioni incompiute,
desideri senza sazietà. Contemporaneamente ci ponga, almeno in parte, al riparo da un continuo confronto c
on gli altri, dalle competizioni più accese, aspettative deluse, senso di impotenza. Importante è altresì
stabilire un territorio per gli affetti, per un clan da considerare parte di noi, un confine allargato
per il proprio Se.
A questo proposito va rilevato che questo confine tende sempre più a restringersi fino a corrispondere
con il confine della singola persona. Forse l’unica, ai nostri occhi sempre più disincantati, veramente
credibile nella condivisione dei propri interessi.
Infine la delega di un polo delle nostre contraddizioni, o meglio della complessità delle nostre
aspirazioni, in cui c’è posto, in ciascuno di noi, per l’emozione dell’avventura, ma anche per le
pantofole. Normalmente ci sentiamo più a nostro agio portando una sola maschera e allora… risolviamo
delegando l’altra al partner, che ne sarà felice, poiché sta facendo la stessa cosa con noi.
la cattiveria
In quello straordinario campionario di preziose riflessioni costituito dalle risposte di Umberto
Galimberti ai suoi lettori, nell’inserto "Donna" di Repubblica, si trovano contributi che aiutano a
comprendere l’esperienza della vita. Ad un lettore che si auto-definiva cattivo, Galimberti risponde che,
di fatto, non poteva esserlo, poiché non ne aveva gli strumenti culturali. La cattiveria richiede quindi
gli strumenti della cultura altrimenti è solo la reazione di esseri impauriti ed insicuri. Sgradevole
quanto si vuole, ma pur sempre, e solo, da compatire.
La maggior parte degli atti orribili nei quali siamo quotidianamente immersi sono vissuti dai protagonisti
come giusti e legittimi, o giustificabili dalla propria posizione di difficoltà. Non per niente il termine
cattivo viene dal latino captivus, prigioniero, ad indicare la reazione di chi si sente in qualche modo
costretto. Difficilmente ci accorgiamo che il contenuto di alcuni nostri atti è di fatto offensivo,
denigratorio o dannoso per altri, soprattutto quando la prospettiva di un vantaggio, o di una via di
uscita, attenua al percezione delle implicazioni verso il prossimo. Stiamo, in ogni modo, parlando di
piccoli e grandi orrori quasi inconsapevoli, schegge di umanità imperfetta.
Un aspetto singolare dell’argomento in questione è dato dai personaggi considerati "cattivi" da tutti.
Mi sono sempre chiesto, a tale proposito, se Hitler si considerasse un cattivo. Può sembrare sconcertante,
ma penso proprio di no. E’ più probabile che pensasse di avere una grande, straordinaria missione da
compiere. Missione che, nella sua mente, aveva certamente una ratio. Così come l’avevano coloro che si
sono legittimamente difesi, e lo hanno distrutto senza sentirsi per questo cattivi.
Chi sono allora i veri cattivi? Possiamo dire che, sul piano del comportamento, lo sono coloro che,
consapevolmente e sistematicamente, scelgono il proprio vantaggio, trascurando le conseguenze per altri.
Ancor più se in presenza di una sproporzione fra vantaggio proprio e danno altrui. Qualora la finalità
della cattiveria sia invece il piacere siamo in un altro capitolo, quello del sadismo.
il fascino
Alcune persone hanno fascino altre no. Che cosa fa la differenza? Difficile affermarlo, ma posiamo
provare.
La prima regola per indagare un argomento difficile è quella di individuare i soggetti reali. In questo
caso sono gli altri, che si sentono affascinati in relazione ad un modo d’essere, o di fare dei fascinosi.
Costoro, infatti, sono, o fanno qualcosa, qualsiasi cosa, mentre gli altri si sentono, più o meno, in vario
modo, affascinati.
Quali sono però i modi d’essere, e di fare, che maggiormente invitano a provare questa suggestione? Le
parole che più associamo al fascino sono: straniero, novità, mistero oppure lusso, eleganza, leggerezza,
colore o ancora inquietante, bello, arcano.
Per quanto ci pensi non me ne vengono in mente altre, che non siano in qualche modo già comprese in queste.
Fascino non fa di solito rima con abituale, rassicurante, noto. Anche se, in realtà la tradizione e la
discrezione possono avere un fascino. Occorre però che siano, nel primo caso, potente o arcana e, nel
secondo, elegante e leggera.
Si può andare a scuola di fascino? Preferisco pensare che tutti possiamo imparare, magari non diventare
talenti, ma perché rinunciare ad imparare qualcosa. Meglio ancora imparare a riconoscere e valorizzare le
proprie aree di fascino naturale, che tutti, a ben vedere, possiamo avere. Provando magari a dimenticare
che il fascino più grande è quello inconsapevole.
Che cosa fare quando incontriamo una persona affascinante? Godiamoci il suo fascino, evitando di star
male se non riusciamo a conquistarla, ricordandoci che spesso queste persone sono un po’ sole, poiché
con loro gli affetti scorrono meno serenamente; che hanno un potere naturale, e questo sconta sempre una
sua sottile arroganza; che ci appariranno instabili, anche perché tali sono le suggestioni che noi
proviamo.
negoziatori e predatori
Tutti noi siamo quotidianamente impegnati per dare risposte alle istanze, d’ogni tipo, relative alla
vita e alla sua crescita.
Lo facciamo in genere con particolare attenzione per quelle che abbiamo più a cuore: le nostre. Sono,
infatti, i bisogni e desideri personali che c’impegnano di più, anche se ci ostiniamo a proporre più
eleganti dichiarazioni ideali. Per fortuna, l’attenzione agli interessi propri realizza frequentemente
anche quelli del prossimo e… il gioco è fatto. Ma si può giocare in differenti modi.
Per dare soddisfazione ai nostri bisogni, sia biologici sia psicologici, di fatto, occorre spesso il
contributo d’altre persone, che si trovano per altro nella stessa situazione. La conseguenza logica è
che conviene scegliersi dei partner in processi di risposta ad istanze reciproche.
Lo stile con cui coinvolgiamo gli altri nel perseguimento dei nostri fini ha, nella realtà, caratteristiche,
e conseguenze, molto diverse. Possiamo, infatti, proporci come predatori, autarchici o negoziatori.
Quando tendiamo a raggiungere i nostri scopi disinteressandoci delle conseguenze per gli altri siamo
in un processo predatorio. Le nostre esigenze, che chiedono di essere urgentemente soddisfatte, contano m
olto più di quelle altrui.
Questa situazione appare più esplicita con gli avversari dichiarati, molto meno nelle relazioni con soci
d’affari, nelle amicizie, negli affetti. o in amore. La mitica di quest’ultimo sentimento porta, infatti,
spesso ad ingannare anche noi stessi: più siamo innamorati, più ci sentiamo legittimati a cercare di
appropriarci le grazie della persona desiderata ignorando le sue reali esigenze. In privato il predatore
può apparire come autentico prepotente, o come profeta del "lo faccio per te". I primi sono, in genere,
meno pericolosi.
Anche i predatori "sociali" sono di due tipi: quelli dichiarati, paradossalmente più onesti, come i
rapinatori di banche, e quelli che invece si mascherano, percorrendo redditizie carriere da benefattori,
salvatori della patria, liberatori del popolo o altro, ma sempre…"a vita".
Siamo comunque un po’ tutti in una logica di furbizia quando cerchiamo di portarci a casa un vantaggio
senza pagarlo o corrispondere gratitudine.
Lo stile predatorio ha, come sempre, indicazioni e controindicazioni.
Se siete bravi, simpatici e fortunati, può andar bene, In particolare se siete veramente simpatici può
accadere che persino le vostre vittime siano contente.
Ma se vi manca anche una di queste caratteristiche lasciate perdere, prima o poi ve la farebbero pagare.
Comunque non va molto bene per valorizzare la qualità dei rapporti nel tempo, proteggerli da sgradite
sorprese o improvvisi abbandoni, sostenere un’immagine nobile di se stessi.
Quando preferiamo fare da noi, vivere del minimo indispensabile, per non dover dipendere né interdipendere
da altri, siamo in uno stile che possiamo definire autarchico.
A volte mischiare la propria visione del mondo, come pure i desideri e le idiosincrasie, con quella
d’altre persone può apparire insopportabile, e preferiamo quindi limitare gli scambi con queste.
Per brevi periodi, può essere utile per ritrovare e identificare se stessi. Alla lunga, consente di
vivere con basso impegno d’energie, proteggere la propria intima identità, contenere lo stress relazionale,
limitare le frustrazioni.
Gli inconvenienti riguardano il progressivo impoverimento dei contenuti della personalità. E’ lo stile
tipico delle persone dedite all’onanismo, dei sognatori, dei candidati ad una tossicodipendenza, ma anche
di alcune forme d’intelligenza superiori alla media.
Infine, lo stile negoziale privilegia il raggiungimento di un equilibrio che promuova gli interessi
reciproci dei partner.
Richiede un coerente modello culturale di riferimento, buon’integrazione fra le parti della personalità,
interlocutori compatibili. Sostiene relazioni affidabili e produttive nonché sentimenti di soddisfazione,
serenità e autostima. Nel tempo, può essere poco divertente, pertanto si consigliano, di tanto in tanto,
brevi escursioni in comportamenti più schiettamente istintivi.
Mettiamo normalmente in campo un mix di questi stili, variamente composto, che disegna un aspetto
importante del profilo esteriore della nostra personalità. Imparare a riconoscere questi stili favorisce
la conoscenza di noi stessi e, soprattutto, dei partner che andiamo scegliendo.
i bellissimi
L’argomento può apparire leggero, ma non lo è poi tanto.
Vive insieme a noi comuni mortali una specie aliena con caratteristiche rare, composta di persone
bellissime dette comunemente "stra…fiche".
Le caratteristiche anagrafiche e giuridiche sono del tutto ordinarie, non quelle “fisiche” e psicologiche.
Rientrano in questa specie quegli esemplari umani che in una curva di distribuzione della variabile
bellezza si presentino, in una determinata popolazione, con un caso ogni tre-quattrocento soggetti.
Come dire che a Hollywood, gli strafichi non sono le stesse persone che lo sarebbero a Roma.
Non sono come gli altri, che vivono di desideri e lottano per riuscire a soddisfarne almeno una piccola
parte. Queste persone invece sono loro stesse l’oggetto del desiderio di tutti. Ciò capovolge il senso
del proprio ruolo nella vita e produce fatalmente conseguenze di fatto sconcertanti.
Chi sente su di se quotidianamente il desiderio tende ad essere confuso circa i propri desideri e,
potendo di fatto avere tutto ciò che si desideri, non riesce più a desiderare quasi nulla.
La confusione e l’apparente assenza di desideri, o almeno dei desideri più comuni, si accompagna in
queste persone ad un scarsissima capacità di tollerare frustrazioni anche minime.
Il loro principale problema è dirigere il traffico dei questuanti, che risultano indifferenti, ma
necessari per testimoniare il perdurare del loro grande potere di cui non sanno per altro, bene cosa
farsene.
Pensare di innamorarsi o di far innamorare una persona così è un’idea impropria. D’altra parte come
restare insensibili alla bellezza al massimo livello. C’è però un segreto, valido per gli uni e gli altri,
che consente di non farsi stritolare reciprocamente dal meccanismo della bellezza: comportarsi come se
non ci fosse, ignorarne la misura che va oltre la media, regalarsi un rapporto normale, godendosi la
bellezza come fosse uno splendido optional.